“LA FORMAZIONE
UTILE”
Le strade della qualità nella formazione alla salute
e alla sicurezza sul lavoro
Banca dati
nazionale
dei percorsi
formativi di qualità
Il D.Lgs 626/1994, nato dalla direttiva
quadro del Consiglio delle Comunità europee del 12 giugno 1989 e da sette
direttive particolari collegate, non solo costituisce la normativa più
articolata e corposa sul tema della sicurezza e dell’igiene del lavoro degli
ultimi decenni, ma ha anche avuto un impatto significativo sulla organizzazione
e sulla cultura della prevenzione in Italia.
L’aspetto essenziale della legge è
che la sicurezza viene intesa come processo continuo, tendente al costante
miglioramento, in cui si enfatizza la necessità di programmare le azioni di
prevenzione, attraverso l’intervento attivo di tutte le parti interessate. Un
progetto di sicurezza aziendale che consenta il superamento di una mentalità
fortemente legata al contingente e al rispetto solo formale delle norme.
Va sottolineato come le novità
introdotte dalle normative europee in materia di sicurezza non siano tanto di
tipo tecnico, quanto piuttosto di ordine politico, metodologico e
organizzativo. Infatti, il decreto 626/1994 parla esplicitamente di protagonismo
e corresponsabilità nella gestione della sicurezza, affidando ai lavoratori e
ai datori di lavoro maggiori responsabilità dirette.
In questo contesto la sicurezza
appare come una competenza socialmente costruita, una capacità collettiva di
dare luogo a pratiche lavorative, organizzative e sociali che tutelino il
benessere individuale e l’equilibrio ambientale. Si tratta di una forma di
sapere prevalentemente tacito, radicato nel contesto storico, sociale e
culturale in cui esso ha luogo e acquisito attraverso la partecipazione nelle
comunità di pratiche, intese come aggregazione informale definita non solo dai
suoi membri, ma anche dal modo in cui essi svolgono le loro attività e
interpretano gli eventi. Le pratiche della sicurezza
(o della non sicurezza) fanno parte di quel patrimonio di sapere (formale e
informale) che ogni gruppo produce al suo interno, e in riferimento al proprio
ambiente, e che contribuisce alla costruzione dell’identità professionale di
ciascun membro.
Qualsiasi intervento finalizzato
alla riduzione degli infortuni e delle patologie professionali collocato in
tale prospettiva deve necessariamente saper agire anche sul modo in cui questo
sapere viene prodotto e appreso: cioè sulle modalità operative, sui modi di
pensare e agire delle persone, sui valori e sulle culture organizzative
presenti e su come queste vengono apprese e condivise da ciascun membro
dell’organizzazione.
È, tuttavia, necessario
sottolineare come siano ancora molti i lavoratori italiani e immigrati che non
hanno accesso, nei fatti, ad alcun tipo di formazione. Ciò avviene perché non
hanno lavoro, perché hanno un lavoro irregolare, perché l’azienda da cui
dipendono evade questo obbligo oppure anche perché hanno un lavoro di durata
così breve da non lasciare tempo per la preparazione. I primi risultati del
monitoraggio dell’applicazione del D.Lgs 626/1994 in 12 regioni italiane,
finanziato dal Ministero della sanità e che il Centro di documentazione per la
salute dell’Agenzia sanitaria regionale dell’Emilia-Romagna sta coordinando,
dimostrano come la percentuale di aziende in cui tutti i lavoratori hanno
ricevuto la formazione cui avevano diritto è solo del 61%.[1]
Queste percentuali risultano più basse in quelle aree in cui sono più alti i tassi
di infortuni. Prima ancora che parlare di diritto alla formazione, in queste
circostanze, occorre affrontare il problema delle condizioni minime socialmente
accettabili sul lavoro.
Il D.Lgs 626/1994 individua nella formazione, intesa
come modalità specifica di apprendimento, lo strumento principale attraverso
cui intervenire per costruire un patrimonio di competenze professionali
specifiche e per promuovere la cultura della sicurezza e della prevenzione
all’interno delle organizzazioni di lavoro e della società.
Non a caso il decreto utilizza il termine formazione,
distinguendo tale concetto da quello di informazione, con cui si intende una
semplice trasmissione teorica, e addestramento con cui si intende, invece, il
fornire abilità pratiche. La formazione agisce attraverso un processo che
consente alle persone di diventare più preparate nello svolgere una attività
lavorativa non solo perché dispongono di maggiori conoscenze e abilità ma,
soprattutto grazie all’acquisizione di una maggiore consapevolezza del proprio
ruolo e del proprio comportamento.
L’attuale formazione professionale trova la sua origine principale e la sua motivazione in un’impostazione concettuale di tipo tayloristico. Questo ambito culturale e ideologico, cioè di costruzione sociale, ha prodotto un’idea di formazione intesa come un processo di stimolo-risposta, come formazione di abitudini limitate unicamente all’acquisizione di informazioni e competenze, indifferente, cioè, ai valori ed alle motivazioni delle persone e dei loro comportamenti. È un approccio che produce corsi di formazione ispirati ad un principio utilitaristico della azione formativa e caratterizzati, di conseguenza, dalla ricerca dell’efficienza e della razionalità, senza tener conto delle caratteristiche delle persone cui si rivolgono e delle dinamiche e processi di apprendimento.
Un’attività di formazione dovrebbe,
invece, porre al centro dell’attenzione le esperienze quotidiane di lavoro per
fare emergere tutte le conoscenze necessarie per individuare
e valutare i rischi presenti nell’attività lavorativa e soprattutto i
comportamenti
più opportuni per eliminarli e/o controllarli, integrando, quando occorre, le
conoscenze mancanti, carenti o distorte. Il processo formativo inteso in questo
modo è coerente con lo spirito della legge che prevede la consultazione e la
partecipazione di tutti
i soggetti coinvolti.
Il D.Lgs 626/1994 prevede, infatti,
che venga fornita una formazione specifica a una serie di soggetti che, a vario
titolo, hanno un ruolo nell’assicurare condizioni di salute e sicurezza
nell’ambiente di lavoro. Essi sono:
·
tutti i lavoratori (artt. 22, 38, 43, 49,
56, 66, 85)
·
il rappresentante dei lavoratori per la
sicurezza (art. 22, c. 4)
·
i lavoratori incaricati dell’attività di
pronto soccorso, di lotta antincendio
e di evacuazione dei lavoratori (art. 22, c. 5)
·
il datore di lavoro che intenda svolgere
direttamente i compiti propri del Servizio di prevenzione e protezione (SPP) e
di prevenzione incendi ed evacuazione (art. 10).
Con la Circolare del Ministero del lavoro e della
previdenza sociale, n. 30 del 5/3/1998, viene, inoltre, richiamata
“la funzione strumentale della formazione quale
misura di sicurezza fondamentale
per l’acquisizione dei corretti comportamenti dei lavoratori, in particolare
per fare fronte ai rischi residui”.
Diversi decreti del Governo individuano i
contenuti minimi della formazione
dei lavoratori, dei rappresentanti per la sicurezza e dei datori di lavoro che possono
svolgere direttamente i compiti propri del responsabile del servizio di
prevenzione
e protezione. La durata dei corsi per i rappresentanti dei lavoratori è di
trentadue ore, fatte salve diverse determinazioni della contrattazione
collettiva. La durata minima dei corsi per i datori di lavoro è di sedici ore.
Anche i contenuti minimi della formazione
per addetti alla prevenzione incendi, lotta antincendio, gestione delle
emergenze,
sono individuati in modo preciso e dettagliato in relazione al livello di
rischio dell’attività. Altre norme ancora offrono indicazioni che proseguono
nella strada della formazione indicata nel D.Lgs 626/1994, ma pur identificando
anche i contenuti
dei corsi in effetti toccano aspetti più di forma che di sostanza.
La normativa impone espliciti obblighi che hanno generato un’ampia offerta
di formazione. Questo è, tuttavia, uno dei versanti più complessi e, a volte,
nebuloso della prevenzione sui luoghi di lavoro. È perfino difficile dire chi
effettivamente è attivo nella grande varietà di strutture che se ne occupano
(enti e soggetti pubblici e privati, associazioni sindacali e imprenditoriali)
ed è praticamente impossibile disegnare
una mappa di ciò che è oggi effettivamente la formazione per i soggetti del
626.
La maggior parte delle numerose iniziative che vengono proposte hanno
dimensione locale o aziendale e mancano adeguati sistemi di censimento. Il
confronto
tra produttori di offerte formative, committenti, utilizzatori ed esperti della
salute
e della sicurezza nei luoghi di lavoro è davvero poco sviluppato.
L’aspetto più preoccupante che deriva da questo quadro confuso, tuttavia,
riguarda la qualità dell’offerta e i risultati che la formazione effettivamente
produce. L’obiettivo fondamentale di promuovere una cultura della sicurezza per
raggiungere un reale miglioramento delle condizioni di lavoro può essere eluso
a favore di un adempimento formale della norma. Certo, anche in questo modo si
produce apprendimento, ma nel senso che le organizzazioni di lavoro imparano a
mettere in pratica il minimo indispensabile per evitare le sanzioni previste.
La qualità della formazione risponde a criteri largamente riconosciuti,
anche se più raramente messi in pratica. Questi richiedono: un’analisi della
domanda e dei bisogni formativi dei partecipanti; la definizione di obiettivi
chiari, realistici e misurabili; l’adozione di metodi didattici efficaci e
adeguati agli obiettivi, alle persone e alle risorse disponibili e di
insegnanti qualificati; e, infine, una valutazione dei risultati raggiunti
in termini di apprendimento.
La qualità in tal modo descritta e codificata è condizione necessaria, ma
può non essere sufficiente a garantire che la formazione serva effettivamente
ai fini per cui viene realizzata. È necessario, per questo, introdurre una
categoria più direttamente collegata al valore d’uso e alla concreta
possibilità di incidere sulla salute: l’utilità per
la persona, per l’organizzazione, per la società. L’utilità della formazione
non può prescindere dalla qualità, ma si misura con altri parametri.
L’apprendimento di nuove conoscenze è importante, ma è più significativo
il cambiamento di comportamenti e la capacità di migliorare le relazioni
interpersonali
e gli atteggiamenti. Per questo, tra l’altro, i metodi didattici della
formazione alla salute e alla sicurezza sul lavoro più che puntare alla
trasmissione teorica dei saperi, richiedono il coinvolgimento diretto dei
discenti e, possibilmente, l’apprendimento concreto sul campo.
Questa formazione non è motivata solo dalla qualificazione delle persone,
essa punta
al miglioramento delle condizioni strutturali e ad organizzazioni del lavoro
che siano rispettose della salute dei lavoratori e dell’ambiente. Si pongono
così difficili problemi
di valutazione, perché i tempi dei cambiamenti eventuali potrebbero essere
lunghi
e perché le relazioni di causa-effetto devono tener in conto molteplici
possibili fattori che interagiscono. Indicatori di salute come i tassi di
infortuni o le assenze dal lavoro sarebbero molto pertinenti, ma potrebbero
anche essere utilizzati adeguati surrogati, come il cambiamento dei livelli di
rischio e il grado di adesione a standard di sicurezza.
In effetti, tuttavia, la finalità ultima della formazione prevista dal
D.Lgs 626/1994 va oltre le conoscenze, le competenze tecniche e i comportamenti
per entrare nel merito del ruolo dei singoli soggetti e delle responsabilità
che assumono nella organizzazione. La misura dell’utilità di una formazione che
punta alla costruzione di cittadini responsabili va allora correlata con il
grado di autonomia e con la capacità
di contribuire alla soluzione dei problemi ed è proprio su questo terreno che
diventa essenziale il confronto per promuovere la qualità della formazione.
Per fare fronte a queste problematiche sono necessarie
diverse condizioni: una cultura della prevenzione coerente, una domanda
consapevole, un sistema di accreditamento
e di verifica che superi i limiti dell’autoreferenzialità, un’offerta che
disponga delle necessarie caratteristiche e anche incentivazioni appropriate e
una normativa
che sostenga chi affronta tali difficoltà.
La Pubblica
amministrazione, nelle sue varie articolazioni (Ministero del lavoro, Regioni,
Province, Aziende sanitarie, ISPESL, Istituto superiore di sanità, INAIL,
Università, ecc.), ha funzioni di orientamento e supporto, ma fatica molto a
svolgere questo ruolo e generalmente non premia la qualità. Le Regioni,
attraverso l’erogazione di fondi finalizzati alla realizzazione di corsi e con
l’accreditamento delle strutture, possono esercitare un certo controllo sugli
enti che realizzano la formazione in modo
che rispettino gli standard previsti e gli obiettivi definiti. La
Regione Emilia-Romagna,
al fine di dare un supporto di qualità alla progettazione, ha prodotto un
documento intitolato “Raccomandazioni circa le modalità di progettazione degli
interventi formativi in attuazione del D.Lgs 626/1994 e successivo D.Lgs
242/1996” che è stato proposto come uno strumento operativo per individuare i
bisogni formativi dei soggetti previsti dalla normativa e i criteri per la
progettazione delle proposte.
Molti enti di formazione, al fine di migliorare la propria qualità e di
mettere in luce
e rendere trasparente i processi ed i prodotti realizzati, percorrono la strada
della certificazione secondo le norme ISO, che può rappresentare un ulteriore
strumento
per garantire un controllo sul progetto formativo e sull’iter
organizzativo.
Stanno, inoltre,
emergendo ipotesi di implementazione nelle aziende di sistemi
di gestione integrata della qualità di prodotto con l’ambiente e la sicurezza. Molti degli strumenti legati alla
gestione della qualità hanno un’applicazione diretta anche per quanto riguarda
la gestione della sicurezza. Entrambe, infatti, aspirano a ridurre i costi
eliminando gli errori/incidenti e condividono l’approccio al miglioramento in
una logica di processo continuo, in cui alla correzione viene preferita la
prevenzione, sia per quanto riguarda gli errori produttivi che gli infortuni.
Peraltro i teorici della qualità sostengono che le persone che lavorano in
azienda devono essere messe in condizioni di realizzare il proprio potenziale
in termini di abilità, creatività e motivazione al lavoro. Qualità, oltre che
pianificazione organizzativa dovrebbe, dunque, essere valorizzazione,
coinvolgimento e sensibilizzazione del fattore umano quindi necessariamente
formazione del personale. La formazione continua sul lavoro si presenta,
dunque,
come uno dei processi fondamentali sia per garantire la qualità che la
sicurezza.
L’Istituto Superiore per la Prevenzione e la
Sicurezza del Lavoro (ISPESL), attraverso il Dipartimento Documentazione,
Informazione e Formazione, è da tempo impegnato nel promuovere la qualità della
formazione per i soggetti coinvolti nella gestione della salute e sicurezza nei
luoghi di lavoro, nella convinzione che questo sia uno degli strumenti più
efficaci per migliorare le condizioni di lavoro e far crescere la cultura della
prevenzione.
In particolare l’Istituto:
· ha promosso un Laboratorio di ricerca, delle strategie più
adeguate per il raggiungimento di una formazione di qualità;
· ha definito modelli e standard formativi “condivisi” per le principali
figure interessate dal D.Lgs 626/94;
· ha elaborato e divulgato su scala nazionale una ricerca
relativa alla elaborazione di un modello di audit e certificazione degli
standard formativi in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro;
· ha realizzato prodotti omogenei, quali pacchetti formativi
per i principali attori del D.Lgs. 626/94;
· ha sperimentato tipologie di formazione a distanza e
assistita;
· ha promosso occasioni di confronto e di approfondimento sui
punti critici della qualità della formazione alla salute e alla sicurezza (a
Maratea nel maggio 1999, a Modena nel settembre 2000, ecc.).
Sulla base dei Piani di Attività dell’Istituto, il Centro di Documentazione per la Salute (CDS) della Regione Emilia-Romagna e il Dipartimento Documentazione, Informazione e Formazione hanno effettuato una ricerca finalizzata a migliorare la produzione dell’offerta formativa prevista dal D.Lgs 626/94 e ad orientare la domanda, attraverso la valorizzazione delle esperienze più significative. Per quest’ultimo scopo è stata creata una banca dati nazionale dei percorsi formativi di qualità, che è stata collocata in rete Internet per favorire la diffusione delle informazioni in essa contenute.
Il progetto è stato avviato con un seminario
nazionale promosso da ISPESL e CDS, che si è tenuto in occasione della Convention Ambiente Lavoro di Modena nel settembre 1999, durante la quale sono
state definite le fasi e le modalità di lavoro.
Gli obiettivi del seminario sono stati infatti la presentazione del
progetto, l’individuazione di criteri e di modalità che permettano il confronto
fra produttori di offerte formative e committenti, al fine di indicare i punti
fondamentali nell’analisi di qualità dei percorsi formativi, giungendo alla
condivisione del modello di certificazione delle attività formative prodotto
dall’ISPESL e mettendo in rete i principali soggetti interessati alla
formazione. Già nell’ambito di questo seminario si sono rilevati criteri utili
ed applicabili per permettere di enucleare le migliori attività formative. Tali
criteri sono stati successivamente riesaminati e meglio definiti dal Comitato
scientifico che ha coordinato lo svolgimento della ricerca.
Si è provveduto quindi alla costruzione di un indirizzario di tutti i
soggetti / enti che in Italia producono formazione; il passo successivo è stato
la progettazione di strumenti per la realizzazione del flusso di informazioni
necessarie alla creazione della banca dati. Con la collaborazione del Comitato
scientifico sono state elaborate le schede di rilevazione dei dati per la
selezione e la classificazione dei progetti formativi. Le schede hanno avuto la
massima divulgazione attraverso la pubblicazione sui siti dell’ISPESL e del
CDS.
Il Comitato scientifico ha effettuato, una volta pervenuti i materiali,
una attenta analisi delle informazioni di ritorno, valutando principalmente la
corrispondenza dei prodotti con alcuni criteri selezionati in precedenza, quali
l’analisi del fabbisogno, la definizione degli obiettivi didattici, l’adozione
di metodologie didattiche attive, l’utilizzazione di un sistema di valutazione
dell’apprendimento, nonché la produzione di materiali didattici ad hoc.
I percorsi meritevoli sono stati dichiarati “percorsi di qualità” ed
inseriti nella banca dati nazionale.
I risultati della ricerca sono stati presentati e discussi nell’ambito
di un convegno internazionale da titolo: “La formazione utile, la qualità nei
percorsi formativi per la salute e la sicurezza nel luoghi di lavoro”,
organizzato dal CDS in collaborazione con l’ISPESL e il BTS che si è svolto in
occasione della Fiera Ambiente Lavoro di Modena dal 20 al 23 settembre 2000.
Durante tutta la durata del convegno è stato attivo uno spazio espositivo
dedicato all’illustrazione dei progetti formativi inseriti nella banca dati sia
attraverso poster che attraverso la visione diretta dei prodotti.
Prima del convegno (dal 18 al 19 settembre 2000) è stato inoltre
organizzato un seminario formativo sul tema: “Metodi di formazione per la
salute e la sicurezza sul lavoro e valutazione della loro efficacia” rivolto
agli operatori del Servizio Sanitario Nazionale, al quale hanno partecipato
come formatori esperti nazionali ed internazionali nel settore della qualità
della formazione.
Tornando al convegno, di cui si riporta di
seguito il programma completo, va sottolineato come le relazioni e i contributi
ricevuti contengano molti punti critici e non siano certamente conclusivi, ma
rappresentino una tappa importante da proporre all’attenzione di tutti coloro
che sono interessati alla formazione per la salute e la sicurezza sul lavoro
(esperti, datori di lavoro, lavoratori, sindacalisti, formatori, ecc.).
In alcuni casi si tratta di saggi
compiuti. Altri sono materiali di documentazione. In altri casi ancora è stato
opportuno effettuare una sintesi degli interventi e delle relazioni ai
seminari, alle tavole rotonde e al convegno. L’obiettivo non era, infatti,
quello di pubblicare gli atti delle singole iniziative, bensì quello di offrire
elementi di riflessione nella forma più facilmente fruibile.
È possibile che in questo lavoro di
sintesi e di riduzione della grande quantità
di materiali siano stati commessi errori, di interpretazione o di omissione: di
questo
i curatori, che ne sono i responsabili, si scusano in anticipo con gli autori. L’auspicio
è che questo materiale di riflessione rappresenti una tappa nella strada per la
formazione utile e che questo criterio diventi un riferimento permanente per
chi offrirà e per chi utilizzerà formazione alla salute e sicurezza sul lavoro
nel futuro più immediato.
Di seguito vengono riportati il programma
del convegno ed una sintesi dei lavori.
[1] I risultati del monitoraggio sull’applicazione
del D.Lgs 626/1994 sono ancora parziali: questa percentuale si riferisce a di
3.068 aziende su un campione di 9.403.