COORDINAMENTO
TECNICO PER LA PREVENZIONE DEGLI
ASSESSORATI
ALLA SANITA’ DELLE REGIONI E PROVINCE
AUTONOME
DI TRENTO E BOLZANO
Decreto
Legislativo n. 626/94
D
O C U M E N T O N. 16
LINEE
GUIDA SU TITOLO VIII
Protezione
da agenti biologici
Versione definitiva approvata il 16/07/1996
dalle Regioni e Province autonome
di Trento e Bolzano e dagli Istituti centrali.
Aggiornata
al 15 Aprile 1998
______________________________________
Regione referente: Lombardia
1. ASPETTI
INTERPRETATIVI DEL TITOLO VIII
Definizioni
Il campo di applicazione
del titolo VIII comprende tutte le attività che possono comportare rischio di
esposizione ad agenti biologici, sia quelle con uso deliberato di microrganismi
che quelle con rischio potenziale di esposizione.
La differente tipologia di
rischio espositivo condiziona gli adempimenti, delineati nei diversi articoli,
che il datore di lavoro deve adottare.
Poiché la distinzione tra
le due diverse tipologie di rischio espositivo non è sempre chiara
nell'articolato della legge, dove, tra l'altro, compaiono in alcuni articoli la
dizione "uso" o "utilizzazione" in altri quella di
"deliberata intenzione di operare con ...", appare opportuno proporre
una definizione dei termini "uso/utilizzazione" al fine di favorire
un'omogeneità delle informazioni da fornire all'utenza e nei comportamenti
operativi dei Servizi.
Si determina uso o impiego di agenti biologici allorché
microrganismi considerati agenti biologici ai sensi dell'art. 74 vengano
deliberatamente introdotti nel ciclo lavorativo, per esservi trattati,
manipolati o trasformati ovvero per sfruttarne le proprietà biologiche a
qualsiasi titolo.
Tali condizioni si
verificano, quindi, ogni volta che i microrganismi si configurino comunque
quali materia prima, substrato, catalizzatore, reagente o prodotto in un
processo lavorativo, ancorché parziale.
Con queste premesse si
comprende come i laboratori diagnostici di tipo microbiologico siano compresi
nella fattispecie delle attività lavorative che usano agenti biologici.
In detti casi, infatti, i
microrganismi vengono volutamente isolati, coltivati o trattati per accertarne
la presenza, il tipo e/o la quantità nei campioni in esame, divenendo
conseguentemente materie prime, almeno intermedie, delle varie fasi operative
in cui si articola il processo analitico.
Nel caso di laboratori che
non eseguano specificamente le prove di cui sopra, come pure nelle strutture
sanitarie ambulatoriali o ospedaliere, ancorché possa determinarsi la presenza,
occasionale o concentrata, di agenti biologici anche di gruppo 4, non si
concreta un vero e proprio uso di
tali agenti, mancando il deliberato intento di farne oggetto dell'attività
lavorativa.
La presenza di agenti
biologici ha qui, piuttosto, carattere di epifenomeno indesiderato ma
inevitabile, più che di voluto e specifico oggetto del lavoro.
Questo concetto è
esplicitato nell'art. 78, comma 4, che diversifica di conseguenza le
prescrizioni a carico del datore di lavoro.
Poiché l'allegato IX, richiamato dal citato comma, non ha il carattere di elenco esaustivo dei casi in cui esso può trovare applicazione, si raccomanda di utilizzare il criterio sopra esposto per valutare ogni altra attività lavorativa non contemplata.
Nel paragrafo 4 sono riportati esempi di attività lavorative comportanti le due diverse tipologie di rischio espositivo.
Nell'elenco delle attività
con rischio potenziale di esposizione non abbiamo ritenuto di dover includere i
servizi svolti in comunità (es. caserme, asili nido, ecc.) in quanto il
possibile contagio dei lavoratori non costituisce un rischio presente
sistematicamente bensì è legato alla presenza occasionale nella comunità di
soggetti portatori di agenti patogeni. In questi casi la prevenzione della
trasmissione delle malattie infettive è legata all'applicazione delle misure
generali di igiene e profilassi specifica. Non si ritiene, invece, necessario
il ricorso a particolari norme di tutela secondo quanto previsto dal titolo
VIII.
Infine non si esclude che
nello svolgimento di altre attività si possano determinare, in modo
estemporaneo, situazioni di esposizione anche significativa a particolari
agenti biologici (es. operazioni di sgombero di cantine e solai, interventi in
emergenza). Questa possibilità deve essere sempre considerata nella
determinazione delle misure preventive da adottare per la limitazione del
rischio.
Artt. 76 (comunicazione) - 77 (autorizzazione)
La comunicazione
preventiva di inizio di attività, per gli agenti biologici dei gruppi 2 e 3 e
per i laboratori diagnostici anche per il gruppo 4, e l'autorizzazione per il
gruppo 4 è dovuta nel caso di nuove attività comportanti uso di microrganismi.
Tali atti non appaiono,
quindi, dovuti per tutte quelle attività che comportano un rischio potenziale
di esposizione.
Art. 78 (valutazione del rischio)
L'ascrizione di
un'attività lavorativa ai casi di cui all'art. 78, comma 4, non contempla
affatto un implicito esonero da una puntuale ricognizione e valutazione dei possibili
rischi e delle relative localizzazioni e manifestazioni in seno al processo
lavorativo. La valutazione del rischio, da registrare nell'apposito documento
di cui all'art. 4, comma 2, è anzi da intendersi come condizione
imprescindibile per l'esonero dall'applicazione di alcune misure specifiche di
prevenzione, previste dagli artt. 80, 81, commi 1 e 2, 82, comma 3, 86, come
espressamente ricordato in chiusura dello stesso art. 78, comma 4.
Si sottolinea che anche nei casi di parziale esonero nell'applicazione del titolo VIII devono comunque essere rispettate le norme di cui agli artt. 79 (misure tecniche, organizzative, procedurali), 81, comma 3, (misure specifiche per i servizi di isolamento ..., cioè per i reparti di malattie infettive), 85 (informazione e formazione).
Art. 87 (registri degli esposti e degli eventi)
L'istituzione di un
registro dei lavoratori soggetti al rischio di esposizione ad agenti biologici
e dei possibili casi di esposizione individuale è dovuta nel caso di attività comportanti
uso di microrganismi dei gruppi 3 e 4. Sembrano pertanto escluse da tale
obbligo le imprese esercenti attività che comportano un rischio potenziale di
esposizione e, quindi, tra le altre, alla luce di quanto definito
precedentemente, le attività sanitarie, i laboratori diagnostici, fatta
eccezione per quelli di tipo microbiologico.
Riteniamo, tuttavia, che
occorra stimolare in queste tipologie di attività l'istituzione di sistemi di
registrazione di tutti gli episodi di contaminazione con agenti biologici o con
materiali biologici potenzialmente infettanti.
Riguardo a quest'ultimo
punto è opportuno sottolineare che dovrà essere considerato evento accidentale,
e quindi puntualmente registrato, non solo il grande accidente che può
determinare un diffuso inquinamento ambientale, ma anche la banalissima e assai
più frequente puntura con aghi o il taglio con bisturi nonché qualsiasi, anche
modesto, imbrattamento con liquidi biologici.
È questa una prassi che
faticosamente si è cercato di far adottare in tutte le attività lavorative
comportanti la possibile contaminazione con materiali biologici e sulla quale
non si insisterà mai abbastanza. Senza la conoscenza dell'evento è, infatti,
impossibile attuare quelle misure di immunoprofilassi o di sorveglianza
sanitaria atte ad evitare, quando possibile, o, comunque, a contenere i danni
derivanti dallo sviluppo di una malattia infettiva.
Inoltre, la registrazione,
oltre agli studi statistici sull'andamento del fenomeno, necessari per una
miglior programmazione degli interventi di prevenzione, consente un più agevole
riconoscimento del nesso di causalità e quindi il riconoscimento, anche ai fini
assicurativi, della malattia professionale.
I destinatari dei registri
degli esposti e degli eventi sono l’Istituto superiore di sanità, l’ISPESL e
l’organo di vigilanza.
Art. 88 (registro dei casi di malattia e di decesso)
Questo articolo prevede
l'istituzione presso l'ISPESL di un registro dei casi di malattia ovvero di
decesso dovuti all'esposizione professionale ad agenti biologici. Il modello,
le modalità di tenuta nonché le procedure di comunicazione dei casi all'ISPESL
saranno determinati con un successivo Decreto ministeriale.
Il medico che diagnostichi
una malattia ovvero un decesso dovuto ad esposizione professionale ad agenti
biologici dovrà darne comunicazione all'ISPESL, corredando l'informazione con
la relativa documentazione clinica.
Ciò non esonera il medico dagli obblighi di denuncia all’Azienda Usl della malattia professionale (art. 139 DPR 1124/65; DM 18/3/1973) e di referto alla AG o alla PG della Azienda Usl in caso di lesioni gravi (art. 365 c. p.).
Ricordiamo che nell'elenco
delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia (DM 18/3/73) sono
comprese le zoonosi o malattie quali l'elmintiasi, l'anchilostomiasi e "le
malattie infettive del personale che si occupa di profilassi, cure, assistenza
a domicilio e ricerche".
Questi obblighi sono
ancora oggi largamente disattesi in linea generale ed in particolare nel campo
della patologia infettiva.
Sarà, quindi, necessario
un particolare impegno da parte degli operatori dei Servizi di prevenzione e
vigilanza delle Aziende Usl nel sollecitare, in ogni occasione e con le forme
che si riterranno più idonee (incontri, seminari, corsi, circolari, ecc.), i
medici competenti al rispetto di obblighi di vecchia data.
Di grande utilità potrà risultare, inoltre, una collaborazione con i Servizi di igiene pubblica ai quali afferiscono le denunce di malattia infettiva indipendentemente dall'origine professionale o meno, procedura assai più rispettata rispetto a quella relativa alla patologia professionale.
Questa collaborazione
consentirà, inoltre, di procedere congiuntamente alla valutazione circa
l'adeguatezza delle misure di prevenzione adottate ovvero alla proposta di
misure integrative volte a salvaguardare l'intera collettività (lavorativa e
non).
Il richiamo agli obblighi
di denuncia e di referto dovrà favorire quel naturale flusso informativo dai
medici delle aziende all'organo di vigilanza che invece il Capo III del Titolo
VIII del D.Lgs 626/94 sembra avere escluso.
Tabella 1 - Settori lavorativi ed incombenze per l'applicazione del Titolo VIII del D.Lgs 626/94 (Protezione da agenti biologici)
Art |
Incombenza |
Uso
deliberato |
Esposizione
potenziale |
|
78 |
Valutazione del rischio |
sempre |
sempre |
|
76 |
Comunicazione all’Azienda Usl |
2, 3 |
|
|
|
|
2, 3 (a) |
|
|
|
|
4 (b) |
|
|
|
|
4 (c) |
|
|
77 |
Autorizzazione ministeriale |
4 |
|
|
77 |
Comunicazioni variazioni al Ministero |
4 (e) |
|
|
79 |
Misure tecniche, organizzative e procedurali |
se rischio |
se rischio |
|
80 |
Misure igieniche |
2, 3, 4 |
se rischio |
|
81 |
Misure specifiche per strutture sanitarie e
veterinarie * |
2, 3, 4 |
se rischio |
|
82 |
Misure specifiche per laboratori e stabulari ** |
2, 3, 4 |
se rischio (f) |
|
83 |
Misure specifiche per processi industriali |
2, 3, 4 |
se rischio (g) |
|
84 |
Misure di emergenza |
2, 3, 4 |
2, 3, 4 |
|
85 |
Informazione e formazione |
sempre |
sempre |
|
86 |
Sorveglianza degli esposti |
se rischio |
se rischio |
|
87 |
Registro esposti |
3, 4 |
|
|
87 |
Registro eventi accidentali |
consigliato |
consigliato |
N.B.: I numeri nella terza colonna della tabella, quando presenti, si
riferiscono alle classi di pericolosità attribuite ai microrganismi dagli
elenchi di cui all'Allegato XI del D.Lgs 626/94.
(a)
In caso di variazioni.
(b)
Solo i laboratori diagnostici nei confronti di
affezioni da agenti di gruppo 4.
(c)
Previo ottenimento dell'autorizzazione del Ministero
della Sanità, che provvede direttamente ad avvisare l'Azienda Usl, quale organo
di vigilanza.
(d)
Se microrganismi geneticamente modificati di gruppo
2, sostituire il documento di valutazione del rischio con la documentazione
prevista dal D.Lgs 3/3/93 n. 91.
(e)
Esclusi i laboratori diagnostici nei confronti di
affezioni da agenti di gruppo 4.
(f)
In caso contrario, si applica solo il comma 3.
(g)
In caso contrario, si applicano solo i commi 1 e 2.
2. DEFINIZIONE
DI BIOTECNOLOGIE
I settori lavorativi che
possono comportare una potenziale esposizione a microrganismi sono numerosi.
Fra i più classici e studiati ambiti di esposizione a microrganismi
potenzialmente patogeni legati all'attività lavorativa vanno ricordati
innanzitutto il lavoro a contatto con soggetti infetti, quale quello che si
verifica in ambito sanitario/ospedaliero, e l'allevamento degli animali. Gli
aspetti relativi alla medicina ed igiene del lavoro in questi settori,
unitamente a tutte le attività collegate che espongono al rischio di contrarre
infezioni trasmesse all'uomo dall'uomo o dagli animali (zoonosi), ivi compreso
l'esercizio della professione veterinaria, e l’attività nei laboratori di
diagnosi o saggio microbiologico, rientrano a pieno titolo in quanto prescritto
dal D.Lgs 626/94.
Accanto a questi rischi di
origine ben nota, è invece da segnalare, per il suo progressivo sviluppo nei paesi
più industrializzati (Stati Uniti, Giappone, Europa), un vasto settore per il
quale è ipotizzabile l’esistenza di un’esposizione a microrganismi
potenzialmente pericolosi e che comprende i processi tecnologici a base
biologica. Questo ambito viene fatto rientrare nel più generale termine di biotecnologia, definita dalla Organization of Economic Cooperation and Development
(OECD, 1986) come "l'applicazione dei principi della scienza e
dell'ingegneria al trattamento di materiali mediante agenti biologici nella
produzione di beni e servizi". È da sottolineare che una diversa, e più
restrittiva interpretazione del termine biotecnologia è stata, tuttavia,
riferita alle sole tecniche di manipolazione genetica avanzata.
Una prima distinzione nel novero di queste
tecnologie produttive è quindi operata tra processi biotecnologici di tipo
tradizionale e di tipo avanzato.
Tra i processi
biotecnologici tradizionali sono per esempio classificati quelli che
utilizzano tecniche fermentative conosciute ed utilizzate da secoli per la
produzione di alimenti (pane, latte, vino, birra) e processi di più recente
allestimento, ma ormai impiegati su vasta scala, quali, per esempio, quelli per
la produzione di biodetergenti, antibiotici, enzimi o per il trattamento dei
rifiuti e per l'estrazione con microrganismi dei metalli e dei minerali; per processi biotecnologici avanzati si
intendono invece le nuove tecnologie basate sull'uso dei sistemi biologici
progettuali (comprendenti le tecnologie del DNA ricombinante, degli anticorpi
monoclonali e nuove tecniche di ingegneria dei bioprocessi) per sviluppare
commercialmente prodotti e processi produttivi. Va inoltre sottolineato come le
biotecnologie avanzate, oltre a schiudere nuovi orizzonti di ricerca e trovare
innovativi campi di applicazione (come per esempio in ambito
medico-scientifico, in campo sia diagnostico che terapeutico), possano nel loro
progressivo sviluppo migliorare le biotecnologie tradizionali. Un esempio al
riguardo è rappresentato dall'uso di risorse rinnovabili: vari microrganismi,
che si sono dimostrati in grado di convertire materiali di scarto in materie
prime, alcune delle quali sono vettori energetici, possono essere resi più
efficienti grazie all'intervento delle tecniche avanzate, con conseguente miglioramento
del loro sfruttamento commerciale. Le biotecnologie avanzate non sono quindi da
considerarsi come una applicazione per singolo prodotto, ma si configurano come
un gruppo di sistemi tecnologici ad elevata potenzialità che possono trovare
numerose applicazioni in diversi ambiti industriali.
Oltre al campo
medico-scientifico, di cui si è già accennato precedentemente, vanno
principalmente ricordati: il settore
agroalimentare, dove l'introduzione di prodotti e processi
biotecnologici può notevolmente incidere su numerosi passaggi della produzione
agricola, aumentandone la resa e riducendone proporzionalmente i costi; il settore agricolo, dove l'uso in spazi
aperti (ovvero in pieno campo) di pesticidi costituiti da batteri veicolanti
principi fitofarmacologicamente attivi può notevolmente aumentare la
specificità degli interventi di controllo delle specie animali e vegetali
infestanti; il settore chimico,
dove il coinvolgimento delle biotecnologie va dalla produzione di composti ad
elevato valore aggiunto allo sviluppo di nuove metodologie di disinquinamento e
protezione dell'ambiente; il settore
dell'energia, dove il contributo della biotecnologia si esplica nel
miglioramento delle tecniche di utilizzazione di residui agricoli o alimentari
per la produzione di vettori energetici (etanolo, metanolo, metano) e di
biomasse batteriche da fonti energetiche rinnovabili, come i materiali
ligneo-cellulosici, oppure nel possibile miglioramento dell'estrazione del
petrolio dai pozzi per l'azione di agenti surfattanti di origine batterica o di
microrganismi eventualmente geneticamente modificati nelle loro capacità
metaboliche di trasformazione di idrocarburi a lunga catena (solidi) in miscele
di composti a minor peso molecolare, ma fluidi ed estraibili dal giacimento; il
settore del trattamento dei rifiuti,
ivi compreso il trattamento di depurazione biologica delle acque reflue urbane
ed industriali, dove grazie alle tecnologie avanzate è possibile aumentare la
naturale funzione degradativa aerobica ed anaerobica dei batteri, oppure
individuare o "costruire" particolari ceppi di microrganismi efficaci
nella degradazione di specifiche sostanze inquinanti normalmente non
degradabili; il settore minerario,
dove l'utilizzazione di microrganismi che operano la bioliscivazione dei
minerali e di proteine di origine batterica efficaci nella chelazione e
concentrazione dei metalli (quali le metallotioneine) è resa più efficace dal
miglioramento delle caratteristiche dei diversi sistemi di estrazione e
dall'ampliamento dello spettro dei metalli estraibili dai minerali secondo
questa modalità. Da ultimo, va sottolineata la diffusione e l'importanza
dell'uso degli enzimi di origine batterica nei processi produttivi, come per
esempio nell'industria conciaria, alimentare e della detergenza.
Un secondo criterio di classificazione dei diversi
tipi di procedimenti biotecnologici è riconducibile alla specificità del
microorganismo utilizzato ed alle modalità produttive - impiantistiche -
adottate per la sua crescita. Si possono così individuare processi di fermentazione non asettica, dove è previsto
l'utilizzo di flora batterica indigena o mista (per esempio nel trattamento
delle acque reflue o nella produzione del biogas-metano dai rifiuti) oppure di
flora mista ma selezionata (come per esempio nella produzione alimentare),
oppure processi di fermentazione asettica
con utilizzo di un singolo ceppo specifico (come ad esempio nell'industria
farmaceutica).
Lo sviluppo delle biotecnologie in Italia, in
analogia a quanto si registra in altri paesi europei, mostra caratteri di
eterogeneità, in alcune applicazioni di limitatezza, risultando prevalentemente
condizionato dalla limitazione degli investimenti. I settori che hanno meglio
sfruttato a fini produttivi i risultati delle ricerche biotecnologiche avanzate
sono rappresentati da quello farmaceutico, chimico, petrolchimico ed
alimentare.
Una stima globale del
numero di lavoratori potenzialmente esposti a rischio di natura biologica per
tutte le diverse attività produttive previste dal D.Lgs 626/1994 risulta allo
stato attuale di difficile formulazione; oltre alle 10-15.000 unità coinvolte
nell’uso industriale di microrganismi, devono essere aggiunte 300-500.000 unità
impiegate in campo sanitario/ospedaliero e di utilizzo dei microrganismi ai
fini di ricerca, diagnosi e saggio e da ultimo i lavoratori dell’industria
agroalimentare la cui numerosità - a seconda dei criteri adottabili nella
presunzione dell’esistenza di un rischio - può essere stimata oscillare tra 0.8
e 1.2 milioni di persone.
3. ELENCO
DELLE ATTIVITÀ LAVORATIVE CHE COMPORTANO RISCHIO DI ESPOSIZIONE AD AGENTI
BIOLOGICI
Qui di seguito vengono elencate le principali attività lavorative comportanti uso deliberato di agenti biologici (Tabella 2) e quelle comportanti esposizione potenziale agli stessi (Tabella 3).
Per il censimento delle
prime i Servizi di prevenzione e vigilanza delle Aziende Usl potranno fare
utilmente riferimento al censimento ISTAT, all'anagrafe INAIL o INPS, nonché
all'elenco degli abbonati al servizio telefonico.
Per il censimento delle
seconde, oltre alle fonti generali, ci si potrà avvalere di alcune fonti
particolari che sono state indicate nell'Allegato 3.
Il censimento delle
attività lavorative con possibile rischio di esposizione ad agenti biologici
presenti nel bacino di utenza del Servizio è condizione indispensabile per
poter intraprendere iniziative di informazione attiva verso l'utente nonché per
programmare le attività di controllo.
Poiché il Titolo VIII
norma un rischio lavorativo specifico alquanto trascurato dalla normativa
preesistente è opportuno che i Servizi di prevenzione e vigilanza delle Aziende
Usl dedichino particolare attenzione all'informazione dell'utenza nelle forme
che riterranno più efficaci nelle specifiche situazioni (lettere circolari,
incontri, seminari, ecc.).
Università e Centri di ricerca
· ricerca e sperimentazione nuovi materiali
e processi utilizzanti agenti biologici
· laboratori di microbiologia (diagnostica
e saggio)
Sanità
· ricerca e sperimentazione nuovi metodi
diagnostici
· farmaci contenenti agenti biologici (uso
e sperimentazione)
· laboratori di microbiologia
· prove biologiche (su animali e su
cellule)
Zootecnia e Veterinaria
vedi
sopra
Industria delle biotecnologie
· produzione di microrganismi selezionati
· ricerca e produzione vaccini
· ricerca e produzione farmaci
· processi di biotrasformazione
· fasi di separazione, concentrazione, centrifugazione
e produzione di sostanze
derivate
· ricerca e produzione nuovi kit
diagnostici
· prove biologiche (su animali e su
cellule)
Alimentare
· produzione per biotrasformazione (vino,
birra, formaggi, zuccheri, ecc.)
· produzione di microrganismi selezionati
· laboratori di microbiologia per prove di
saggio (ricerca patogeni)
Chimica
· produzione
per biotrasformazione di composti vari (es. detersivi, prodotti per la
concia del cuoio)
Energia
· produzione per biotrasformazione di
vettori energetici (etanolo, metanolo, metano)
usando residui agricoli e
agroalimentari o altre biomasse
Ambiente
· trattamento rifiuti
· uso di microrganismi (batteri) con
funzione degradativa aerobica e anaerobica
Miniere
· recupero metalli
· uso di microrganismi per la
concentrazione dei metalli da soluzioni acquose
Agricoltura
· fertilizzazione colture
· uso di microrganismi azotofissatori
· inoculazione micorrize
· sviluppo nuove sementi
· uso di antiparassitari microbici:
batteri, funghi, virus
Industria bellica
· produzione armi biologiche
Tabella 3 - Attività con potenziale esposizione ad
agenti biologici
Industria alimentare
Agricoltura
Zootecnia
Macellazione e lavorazione
delle carni
Piscicoltura
Servizi veterinari
Industria di trasformazione
di derivati animali (cuoio, pelle, lana, ecc.)
Servizi sanitari (ospedali,
ambulatori, studi dentistici, servizi di assistenza)
Laboratori diagnostici
(esclusi quelli di microbiologia)
Servizi mortuari e
cimiteriali
Servizi di raccolta,
trattamento, smaltimento rifiuti
Servizi di disinfezione e
disinfestazione
Impianti industriali di
sterilizzazione, disinfezione e lavaggio di materiali potenzialmente infetti
Impianti depurazione acque
di scarico
Manutenzione impianti fognari
Tabella 4 - Forme informative per le diverse attività
|
Attività |
Fonti informative * |
|
|
|
|
Industria |
Associazioni
imprenditoriali e sindacali di categoria |
|
|
|
|
Agricoltura
|
Associazioni
imprenditoriali e sindacali di categoria |
|
|
Ispettorato Agricoltura |
|
|
|
|
Servizi
sanitari |
Assessorato Sanità Regione |
|
|
|
|
Attività
sanitarie libero
professionali |
Aziende Usl (Serv. 1, 2,
3) |
|
|
Ordini professionali
(dentisti, ambulatori medici, ecc.) |
|
|
|
|
Laboratori
di analisi |
Associazioni di categoria
o |
|
|
Enti di appartenenza |
|
|
|
|
Istituti
universitari |
Università |
|
|
|
|
Servizi
mortuari |
Comune |
|
|
Pagine Gialle per imprese
private |
|
|
|
|
Trattamento
rifiuti |
Assessorati Ambiente di
Regione, Comune, Provincia |
|
|
|
|
Trattamento/manutenzione |
Associazioni di categoria |
|
impianti
fognari |
Assessorati Ambiente di
Comune, Provincia |
|
|
Consorzi intercomunali |
*
Fonti generali di informazione : ISTAT - INAIL - INPS - Elenco telefonico
4. DEFINIZIONE
DI PERICOLO BIOLOGICO
Nel D.Lgs 626/94 il
Legislatore ha classificato i diversi agenti biologici in base alla loro
pericolosità: tale pericolosità è stata valutata sia nei confronti della salute
dei lavoratori che della popolazione generale.
Tra le caratteristiche di pericolosità sono state considerate:
a)
l'infettività,
intesa come capacità di un microrganismo di penetrare e moltiplicarsi
nell'ospite;
b)
la patogenicità,
riferibile alla capacità di produrre malattia a seguito di infezione;
c)
la trasmissibilità, intesa come la capacità di
un microrganismo di essere trasmesso da
un soggetto infetto ad un soggetto suscettibile;
d)
la neutralizzabilità,
intesa come la disponibilità di efficaci misure profilattiche per prevenire la
malattia o terapeutiche per la sua cura
In microbiologia la
pericolosità di un microrganismo viene spesso classificata in base alla
"virulenza": la virulenza viene intesa come l'insieme delle caratteristiche
di infettività e patogenicità.
Sulla base delle suddette caratteristiche e, in alcuni casi, considerando anche le proprietà allergeniche e tossinogeniche, i microrganismi sono stati suddivisi in 3 classi di pericolosità, con valori crescenti da uno a quattro e delle quali la quarta, la più pericolosa, è riferita ai microrganismi che assommano la presenza di tutte e quattro le caratteristiche negative considerate.
Tra le caratteristiche di
pericolosità sovracitate, solo l'infettività risulta una grandezza misurabile
in termini quantitativi: infatti, per ogni microrganismo è in via di principio
definibile la dose infettante, cioè il numero di microrganismi necessari per
indurre, sperimentalmente o accidentalmente, l'infezione. La capacità infettante
di un microrganismo, misurata nell'animale da esperimento, viene espressa come
DI50 (Dose Infettante 50) ed indica il numero di microrganismi
necessari per causare un'infezione oggettivabile nel 50% degli animali
sottoposti a contagio sperimentale. La DI50 è una proprietà
caratteristica di ogni specie di microrganismi, anche se, in alcuni casi e
nell'ambito della stessa specie, ogni singolo ceppo è dotato di un valore
individuale specifico.
In generale si può
affermare che ogni specie è caratterizzata da un suo valore di DI50
e che microrganismi con elevata dose infettante risultano meno pericolosi di
quelli dotati di bassa dose infettante.
Ai fini preventivi e di
valutazione del rischio il parametro che maggiormente assume significato non è
però la DI50, ma l'esistenza o meno di una soglia di infettività,
intesa come condizione dell'esistenza di una dose sotto la quale il contagio
non produce infezione, ovvero comparsa di malattia (dose minima infettante MDI,
DI0).
5. INDICAZIONI
OPERATIVE
5.1 Orientamenti
per la valutazione del rischio
L'esistenza o meno di una
soglia di infettività per i diversi microrganismi è rilevante ai fini delle
strategie preventive del rischio, poiché nel D.Lgs 626/94 tutta l'azione
preventiva è ispirata alla necessità di una oggettivabile esistenza di un
rischio conseguente alla presenza di una condizione di pericolo (rischio
valutabile). Il distinguo tra rischio presunto e rischio reale, ovvero
valutabile, è basato sulla verifica dell'esistenza di qualche elemento che
discrimini le due situazioni, nel caso specifico l'esposizione: la presenza di
una situazione pericolosa non costituisce di per sé una condizione di rischio
fino a che non sia stata:
1. verificata
l'esistenza di una esposizione all'agente pericoloso causa del rischio;
2. valutata
l'entità di tale esposizione. La necessità di valutare sia l'esistenza
dell'esposizione che la sua entità è determinata dall'eventualità che non
sempre in presenza di esposizione sussiste una condizione di rischio.
Questa condizione è, ad
esempio, quella che distingue il rischio chimico dovuto a sostanze non
cancerogene oppure a sostanze cancerogene per le quali non si considera
l'esistenza di una soglia, oppure tra microrganismi con una soglia di
infettività o microrganismi privi di soglia di infettività.
Numerose sono quindi le
analogie che legano la tematica dell'accertamento dei rischi di natura
biologica a quelle dei rischi per le sostanze cancerogene, primo tra questi il
fatto che per molti microrganismi (es. virus, ma anche elminti) la dose
infettante minima (DI0) è stimabile intorno all'unità, ovvero è
sufficiente la contaminazione con un microrganismo per generare l'infezione e
la malattia.
Ai fini della prevenzione
del rischio infettivo, viene adottato l'assunto conservativo secondo il quale
per molte specie di microrganismi non esiste una soglia di infettività (DI0
= 1) e, quando questa condizione è abbinata ad elevata patogenicità,
trasmissibilità e limitata neutralizzabilità, l'unico intervento efficace per la
prevenzione del rischio risulta l'eliminazione dell'esposizione. L'assenza di
una DI0 non è una eventualità ipotetica ma reale, anche se non tutti
i microrganismi, fortunatamente, sono dotati di un insieme di caratteristiche
avverse, ovvero di pericolosità, così elevata (si vedano, ad esempio, i
microrganismi simbiotici o commensali dell'organismo umano). L'esistenza di una
pericolosità dei microrganismi graduabile rende ragione dei criteri di
prevenzione del rischio biologico adottati nel Decreto legislativo. La numerosa
serie di interventi tecnici ed organizzativi proposti dal Legislatore per
limitare l'esposizione, modulati nella loro estensione e rilevanza a seconda
della pericolosità del gruppo di appartenenza dei diversi microrganismi,
risponde a questa logica e cerca di superare i limiti conoscitivi sulla
infettività delle diverse specie e di organizzare in maniera pragmatica le
azioni preventive e di tutela della salute.
Per scendere nella disanima di alcuni punti, l'approccio da seguire, ad esempio, per microrganismi del gruppo 4 è analogo a quello utilizzato per le sostanze cancerogene: la gravità degli effetti patologici ad essi associati è tale che ancora prima di speculare sulla ipotetica esistenza di soglie di infettività e quindi di esposizione, è necessario mettere in atto tutti gli accorgimenti disponibili per limitare l'esposizione stessa.
Più in generale, nella
stima dei rischi chimico-cancerogeno e biologico-infettivo, tenuto conto della
oggettiva difficoltà di una misura biologica dell'esposizione, la misura della
contaminazione ambientale costituirà l'elemento portante per la valutazione
dell'esistenza del rischio e per definire le sorgenti di diffusione del rischio
stesso.
Le stime dell'esposizione o
della contaminazione ambientale permettono altresì di valutare l'efficacia
delle misure preventive messe in atto per ridurre l'entità del rischio stesso*.
Anche se il rischio non
sempre è quantificabile nella sua entità, poiché non si dispone delle curve
dose-risposta, la dose è pur sempre un elemento sufficiente per suggerire la
messa in atto degli interventi tecnici necessari a limitare l'entità della
contaminazione stessa.
L'utilità della stima
dell'entità dell'esposizione varia a seconda della classe di pericolosità dei
microrganismi in cui viene valutata.
Ad esempio, per esposizione a microrganismi appartenenti alla classe 2, considerata la loro limitata patogenicità, la stima del rischio può essere effettuata prevalentemente in termini epidemiologici cioè osservando, al seguito di una certa esposizione (presunta o misurata), l'incidenza nella popolazione lavorativa di eventi morbosi minori che possano essere utilizzati quali indicatori degli effetti patogeni, conseguenti in via ipotetica, all'eventuale infezione.
Analoga limitata informatività ha la misura dell'entità dell'esposizione nel caso di contagio accidentale a microrganismi con elevata pericolosità: nell'esposizione accidentale a virus (epatite o HIV), quale quella che può verificarsi al seguito di contagio parenterale con materiale infetto in ambito ospedaliero (puntura con ago o ferita con materiale tagliente), la misura dell'entità dell'esposizione o la valutazione del rischio appaiono strumenti inefficaci ai fini preventivi e di tutela della salute. In questo caso l'allestimento di procedure standardizzate di decontaminazione ambientale, di riduzione della frequenza di incidenti e l'adozione di interventi di profilassi immunitaria secondo protocolli terapeutici validati, rappresentano gli unici interventi efficaci per limitare le conseguenze dell'evento accidentale pericoloso e dei possibili rischi per la salute ad esso conseguenti.
La rilevanza che può
assumere la stima dell'esposizione nella valutazione del rischio biologico è
limitata poiché risulta ancora scarsamente definita la gestione dei risultati
del monitoraggio (sia ambientale che biologico) nella stima del rischio stesso.
È infatti ben noto che, a
differenza di quanto avviene per il rischio di natura chimica, per gli agenti biologici
non esistono limiti di esposizione utilizzabili con funzione di valori soglia.
La mancanza di tali valori
limite non è dovuta all’impossibilità di mutuare agli agenti biologici i
criteri che hanno ispirato la tutela della salute per esposizione a sostanze
chimiche, ma alla limitatezza delle informazioni disponibili sulla infettività
per l'enorme numero di microrganismi con cui si può venire in contatto sia in
ambito professionale che nell'ambiente di vita.
In queste difficoltà, come
già premesso, l'approccio preventivo è quello che viene adottato per il rischio
di natura cancerogena, per il quale l'unica azione efficace per un suo
contenimento risulta la riduzione al più basso livello possibile della
contaminazione ambientale e dell'entità dell'esposizione individuale.
5.2 Metodi per
la stima del rischio
In termini statistici, il
rischio esprime la probabilità di accadimento di un evento sfavorevole o
indesiderato in un determinato contesto, la cui scelta e delimitazione è
fondamentale per specificare la natura stessa del rischio che intendiamo
stimare.
Ai fini della presente
trattazione, distingueremo questo termine da quello, pur ad esso collegato, di
"pericolosità", che intenderemo come la potenziale capacità di un
oggetto di produrre un danno, per effetto del possesso da parte sua di una data
caratteristica.
In pratica il concetto di
pericolo avrà soprattutto un significato di tipo qualitativo, mentre il rischio
sarà la misura quantitativa della frequenza con cui il pericolo si manifesta in
un determinato ambito.
In relazione agli agenti
biologici, i rischi tipici che occorre stimare sono quelli di contaminazione,
infezione, malattia e/o mortalità.
Quando il rischio
associato ad un particolare ambito lavorativo non sia noto o facilmente calcolabile,
è possibile utilizzare un metodo non numerico di valutazione del rischio,
grossolano ma sufficiente a garantire un primo approccio pratico a scopi
preventivi.
Ci si può infatti limitare
a localizzare nel flusso del ciclo produttivo i punti o le fasi in cui può
determinarsi, anche solo a seguito di eventi eccezionali ma pur sempre
plausibili, l'esposizione ad un possibile pericolo.
In assenza di più precisi
dimensionamenti del rischio, in queste situazioni si dovranno adottare dunque
quelle misure protettive e quelle procedure di buona pratica proporzionate alla
pericolosità attribuita a priori, sulla base delle conoscenze scientifiche
disponibili allo stato dell'arte medica, agli agenti biologici in gioco.
L’elenco di cui all'allegato XI del D.Lgs 626/94
offre un supporto basilare, anche se non esaustivo, quale strumento per una
prima fase di approccio preventivo.
Questo strumento è
integrabile dalle conoscenze e acquisizioni desumibili dalla letteratura medica
internazionale.
È responsabilità delle aziende, nel lavoro di
preliminare valutazione dei rischi biologici connessi al proprio sistema
produttivo, utilizzare tutte le fonti scientifiche informative a loro
disposizione, con particolare riguardo a quelle riferentisi al comparto di specifico
interesse ed agli agenti biologici usati.
In caso di informazioni
scientifiche ancora non univocamente chiarite è ovviamente d'obbligo
l'assunzione delle decisioni più cautelative per i potenziali esposti, ove e
fintanto che ciò sia realisticamente praticabile.
Oltre che mediante l'uso di informazioni ricavate
dal mondo scientifico e da fonti ufficiali, il problema della valutazione del
rischio, quale si configura entro una specifica realtà lavorativa, si può affrontare
in modo puntuale solo instaurando un sistema di sorveglianza e di controllo che
permetta di valutare "a posteriori", cioè sulla scorta di
sistematiche rilevazioni, l'effettiva frequenza con cui si verifica una
contaminazione ambientale in un dato punto del sistema produttivo
(identificazione delle fonti di contaminazione).
Ciò in primo luogo
permette di intervenire con la necessaria tempestività, a prevenire nuovi
eventi di contaminazione; in secondo luogo consente di verificare quanto le
misure cautelative adottate siano realmente efficaci, anche in confronto
all'attesa teorica.
Alla base di questo
approccio sta una dettagliata analisi dei flussi operativi entro un sistema
lavorativo. Questo potrà così essere scomposto in una sequenza ordinata di fasi
elementari, ciascuna delle quali prevederà l'esecuzione di particolari
operazioni in determinate condizioni e mediante l'uso di specifiche dotazioni.
L'infezione è, d'altro
canto, un evento che ha come causa necessaria (anche se non sempre sufficiente)
l'esposizione efficace all'agente biologico che ne è responsabile, in
conseguenza di errori, incidenti o difetti del sistema adottato per il
contenimento fisico del microrganismo o per l'isolamento dell'operatore da
esso.
È allora possibile individuare, per ogni fase lavorativa, i punti ed i modi in cui si può verificare una esposizione agli agenti biologici impiegati o potenzialmente presenti.
Per ogni punto
identificato come critico del ciclo lavorativo, può essere quindi definita una
serie di misure di contenimento e di procedure ottimizzate di severità
proporzionata alla pericolosità dei microrganismi ivi trattati ed al rischio di
contaminazione presente (quando sia noto).
Ove ciò sia indicato, può
essere inoltre definita una serie di controlli ambientali analitici o ispettivi
sistematici volti a monitorare il corretto svolgimento del lavoro e a rilevare
immediatamente l'esistenza di condizioni operative cui può conseguire una
potenziale esposizione ovvero il verificarsi di dispersioni di microrganismi
pericolosi al di fuori delle zone di contenimento previste.
Si costruisce così un sistema di rilevazione di eventi accidentali utile a quantificare "a posteriori" i rischi realmente presenti localmente, in ragione delle misure preventive utilizzate; più precoce e sensibile (e quindi cautelativo) di quello ad esempio fondato sulla rilevazione dei casi di infezione o di malattia tra gli addetti.
Si tratta di un metodo di
analisi ed autocontrollo mutabile dalla tecnica di Hazard Analysis Critical
Control Point (HACCP) prevista per l'assicurazione della qualità microbiologica
della produzione industriale di alimenti, in cui vengono qui considerate come
variabili soggette al monitoraggio ed alla registrazione di incidente quelle,
direttamente o indirettamente, ritenute spia precoce e prudenziale di possibile
contaminazione o mancato contenimento dell'agente biologico pericoloso ai fini
della tutela della salute degli addetti.
È ancora, questa, una
metodologia concettualmente sovrapponibile a quella più generale prevista dalle
norme della serie ISO 9000 per la garanzia di qualità.
Si realizza quindi un
sistema integrato e sinergico di autocontrollo, che può ben armonizzare quanto
richiesto per la tutela della salute degli operatori e per la garanzia della
qualità del prodotto.
5.3 Indicazioni
per la sorveglianza sanitaria
La sorveglianza sanitaria
è dovuta per tutte le attività lavorative in cui la valutazione dei rischi
abbia evidenziato un rischio per la salute (art. 86), sia che esse prevedano un
uso deliberato di agenti biologici che una esposizione potenziale.
Essa, analogamente alle
indicazioni di prevenzione, dovrà tenere conto della pericolosità dell’agente e
della reale esposizione in relazione agli specifici compiti svolti
dall'operatore. Alla valutazione della probabilità più o meno elevata di
esposizione ad un agente pericoloso (riportata nella cartella sanitaria in modo
sintetico, ma riferita a tutti i compiti a rischio svolti dal lavoratore),
dovrà essere abbinata la conoscenza dei fattori favorenti la trasmissione
dell’infezione.
Tra questi le condizioni
atte a sostenere una ipersuscettibilità individuale quali, ad esempio, le
dermatosi, l’intolleranza ad alcuni mezzi di protezione, la non effettuazione
dell’immunoprofilassi, flogosi in atto, deficit immunologici.
Andranno nel contempo
valutati a confronto quei fattori ambientali, identificabili nel corso di
sopralluoghi ambientali e tramite il colloquio col lavoratore, che possono
concorrere a ridurre le difese cutanee e mucose (ad opera, ad esempio, di
irritanti, di un particolare microclima, di microtraumatismi ripetuti) e le
stesse difese immunologiche (presenza di prodotti chimici ad azione
immunomodulatrice, stress).
L’analisi dell’associazione tra la probabilità della reale esposizione ad un agente biologico pericoloso ed i fattori favorenti l’instaurarsi di una malattia infettiva è preliminare alla corretta individuazione degli accertamenti sanitari e dei criteri di idoneità (ivi compreso l’allontanamento temporaneo del lavoratore).
L’attività di sorveglianza sanitaria deve, inoltre,
essere finalizzata alla impostazione di programmi di immunoprofilassi nei
confronti delle malattie infettive più rilevanti e per le quali esiste la
disponibilità di efficaci vaccini.
Ne consegue che la stessa periodicità della sorveglianza sanitaria dovrebbe essere stabilita non aprioristicamente ma in conseguenza di un protocollo coerente con la natura e l'intensità dei rischi identificati e che tenga anche conto dei fattori individuali e ambientali che possono modificare la suscettibilità del lavoratore.
Appare quindi fondamentale
la continuità del supporto del medico competente che deve costituire un preciso
punto di riferimento per il lavoratore sia per programmare, scadenzare ed
effettuare gli accertamenti, sia al bisogno, al verificarsi, ad esempio, di
contaminazioni accidentali da agenti biologici.
In quest’ottica,
soprattutto nel caso di aziende di piccole dimensioni o disseminate sul
territorio (ad es.: aziende agricole, artigiane, ecc.), può essere utile il
ricorso a medici competenti per zona o per comparto in alternativa alla
presenza di molteplici medici competenti che applicano le proprie funzioni in
carenza di continuità e di coordinamento.
L’obbligo di sottoporre i dipendenti a sorveglianza
sanitaria e, per converso, l’obbligo di questi di ricorrervi costituisce un
importante strumento di verifica indiretta, da parte del medico competente,
delle modalità di esecuzione dei compiti a rischio.
Il monitoraggio biologico
è applicabile all’interno di una più complessiva attività sanitaria al fine di
valutare l'esposizione e il rischio anche se limitatamente ad alcuni casi,
quali la titolazione di anticorpi indicativi di un’esposizione (ad esempio precipitine
per miceti), o per valutare la risposta anticorpale dopo immunoprofilassi.
Per la realizzazione di un programma di sorveglianza sanitaria vengono riportate qui di seguito alcune indicazioni di massima:
·
predisposizione di questionari mirati alla raccolta
di informazioni relative ai compiti, alle modalità operative e della
sintomatologia eventualmente accusata;
·
attuazione e verifica delle immunoprofilassi
richieste o indicate per specifiche categorie di lavoratori
·
inserimento, tra gli esami di routine, di quelli
indicativi di possibili affezioni di interesse specifico (ad es: eosinofilia ed
esame coprocolturale per parassitosi, test sierologici per brucellosi e
toxoplasmosi in addetti a macelli, allevatori, ecc.)
·
ricerche anticorpali secondo protocolli consolidati
per valutare lo stato immunitario a seguito di immunoprofilassi o di
esposizione accidentale (ad es. ricerca di anticorpi per epatite B)
·
ricerche colturali connesse al rischio di
propagazione dell’agente a terzi (ad es. esecuzione di tampone faringeo nel
personale di ostetricia, neonatologia, ecc.)
·
approfondimento, anche tramite il medico di base, di
aspetti correlati al rischio (accertamenti su familiari, stato atopico) e
segnalazione di esposizioni potenziali connesse con l'attività lavorativa.
Tutte le misure di
immunoprofilassi previste dalla legge o consigliate per specifiche categorie di
lavoratori sono effettuate a cura e spese del datore di lavoro, fatta eccezione
per quelle per le quali la normativa prevede specifiche procedure di esecuzione
(è il caso della vaccinazione antitetanica eseguita gratuitamente dai Servizi
di igiene pubblica delle Aziende Usl; sarà ovviamente il datore di lavoro che
dovrà provvedere ad inviare i lavoratori soggetti alle Aziende Usl). In alcuni
casi il datore di lavoro potrà fare riferimento ai Servizi di igiene pubblica
delle Aziende Usl usufruendo di particolari agevolazioni (es. vaccinazione
antiepatite B offerta gratuitamente nei casi previsti).
La sorveglianza sanitaria sarà occasione per fornire
ai lavoratori la dovuta informazione sul significato e sui limiti della stessa.
In particolare dovranno essere fornite indicazioni sui fattori favorenti
l'instaurarsi di una malattia infettiva e sul riconoscimento precoce di sintomi
ad essa riferibili e sulle misure di profilassi generale e specifica da
adottare in caso di contaminazione accidentale.
RIFERIMENTI AD ALTRE MONOGRAFIE
L'argomento
oggetto della presente monografia è ripreso anche in altre, dove ne sono sviluppati
aspetti particolari, e precisamente:
• anzitutto,
valgono i consueti rimandi ai documenti n. 1,
n. 2 e n. 3, in ordine ai principi generali che
regolano processi che, con le specificità illustrate nel documento in oggetto,
si applicano al problema dell'esposizione ad agenti biologici;
• nel
documento n. 4 si affronta il tema
dei piani d'emergenza, che è anch'esso ovviamente riferibile, con sue
peculiarità specifiche, all'esposizione ad agenti biologici;
• nel
documento n. 9 sono delineati i
principi generali della sorveglianza sanitaria e i compiti del medico
competente;
• nel
documento n. 12 è esaminato in
dettaglio il problema dell'uso dei DPI, che trova, nel campo dell'esposizione
ad agenti biologici, un terreno di altissima rilevanza.
Allegato 1
MISURA DEI MICRORGANISMI AERODISPERSI
Le indagini ambientali per
il monitoraggio degli agenti biologici aerodispersi possono essere divise in
due gruppi principali: il primo costituito dall’analisi quantitativa ed il
secondo dall’analisi qualitativa.
L’analisi quantitativa
consiste nella raccolta di campioni d’aria contenenti le particelle biologiche
e nella determinazione della componente vitale di esse.
L’analisi qualitativa
comporta la caratterizzazione degli agenti biologici rilevati. I metodi di
campionamento degli aerosol biologici disponibili sono di due tipi: passivo ed
attivo.
Il campionamento di tipo passivo consiste nella
raccolta di particelle con l’impiego di capsule di Petri, contenenti opportuni
terreni di coltura, nelle quali si deposita per gravità il particolato
aerodisperso.
L’efficienza di raccolta
dipende sia dalle dimensioni aerodinamiche delle particelle che dal grado di
ventilazione.
Tale metodo comporta sia
errori qualitativi che quantitativi: oltre a non fornire informazioni sul
volume di aria campionata, con questo metodo vengono sovrastimate le particelle
di maggiori dimensioni rispetto a quelle più piccole ma di gran lunga più
importanti da un punto di vista sanitario.
Per il campionamento attivo si utilizzano due tipi
di strumenti: collettori inerziali o “impactors”, che sfruttano l’inerzia delle
particelle trascinate da una corrente gassosa per la loro raccolta su una
superficie o in un liquido; filtri, che separano fisicamente le particelle dal
flusso gassoso.
Sono disponibili diversi tipi di impactor: rotanti, centrifughi, ad aspirazione e gorgogliatori o “liquid impigers”.
Gli impactor rotanti e
centrifughi sono efficienti solo per particelle con dimensioni superiori ai 15
- 20 mm.
I rimanenti tipi di impactor sono adeguati per il campionamento di particelle in un intervallo dimensionale molto ampio.
Il più utilizzato è quello
a sei stadi a cascata di Andersen per il campionamento di particelle con
dimensioni aerodinamiche minori di 1 mm e maggiori di
8 mm.
L’Andersen a sei stadi è
stato raccomandato dalla Commissione sui Bioaerosol dell’ACGIH per il
monitoraggio di routine dei microrganismi aerodispersi presenti negli uffici
(valori massimi di contaminazione attesa 10 cfu/m3).
In ambienti pesantemente
contaminati (concentrazioni di microrganismi > 10 cfu/ m3) l’utilità
dell’uso di un impactor a sei stadi risulta, invece, limitata poiché in questo
caso i tempi di campionamento devono essere ridotti fino a poche decine di
secondi per evitare fenomeni di sovrapposizione o di competizione della
crescita dei microrganismi.
Sono stati messi a punto anche modelli a due stadi
che permettono di separare gli aerosol nelle frazioni “respirabile” e “non
respirabile”.
I gorgogliatori,
utilizzati in igiene industriale per la raccolta delle polveri, sono stati
adattati per il campionamento degli agenti biologici aerodispersi.
Essi vengono utilizzati
specialmente per la raccolta di microrganismi in ambienti dove si suppone siano
presenti nell’aria elevate concentrazioni.
Infatti il vantaggio del
loro impiego è che il liquido di raccolta, oltre a proteggere i microrganismi
dalla disidratazione, rende possibile la diluizione del campione stesso prima
che venga avviato alle indagini successive. L’uso dei gorgogliatori non è stato
ancora adeguatamente studiato e validato per funghi, tossine e antigeni.
La filtrazione su membrane a micropori è un metodo
in uso da più di cento anni per la raccolta delle particelle sospese e l’efficienza
nella separazione risulta ottima, ma quando si voglia determinare la carica
vitale del particolato tale metodo è apparso molto limitato. Infatti la
filtrazione in assenza di acqua provoca disidratazione e morte delle cellule
raccolte con seguente sottostima della carica vitale reale.
Essa può essere pertanto
utilizzata con profitto solo per la raccolta di microrganismi resistenti o per
spore fungine.
La filtrazione ad alto
volume viene utilizzata per la raccolta di sostanze di origine biologica,
presenti nell’aria a concentrazioni molto basse, per esempio pollini o
specifici allergeni.
I principali metodi per l’analisi delle particelle
biologiche aerodisperse sono: coltura, microscopia, metodi biochimici e
immunologici e biologici.
I metodi colturali oltre a
fornire informazioni sulla vitalità dei microrganismi permettono la successiva
identificazione delle particelle campionate (batteri, virus, actinomiceti,
spore fungine) che può essere attuata con l’impiego di metodiche di microscopia
e con metodi biochimici.
Questo tipo di approccio viene utilizzato con
campioni d’aria prelevati con impactor provvisti di terreno colturale di
raccolta e per l’analisi degli eluati per campioni raccolti su filtri. Inoltre,
i metodi colturali sono particolarmente indicati per il rilevamento di agenti
infettivi importanti quali la Legionella, gli Stafilococchi ed alcuni funghi
patogeni invasivi. Il limite dei metodi colturali è rappresentato dal fatto che
con essi viene sempre sottostimata la reale carica di microrganismi presenti
nell’aria.
L’utilizzo dei metodi
immunologici o biochimici è indicato per la ricerca dei singoli contaminanti.
Questi metodi sono stati
usati per l’identificazione di endotossine aerodisperse, micotossine e per
l’analisi di diversi tipi di antigeni e di actinomiceti termofili.
Metodi biologici in vitro vengono utilizzati per virus ed endotossine.
Come conclusione di questa breve disamina, si può affermare che al momento attuale non esiste una tecnica di prelievo universale, adatta alla grande varietà morfologica e biochimica degli agenti biologici da monitorare.
Sia i metodi per
osservazione diretta del particolato raccolto che quelli colturali di crescita
su terreni nutritivi e/o selettivi o di analisi chimica di alcuni componenti
cellulari risultano ancora in una fase sperimentale e la loro validità nel
monitoraggio della esposizione deve essere ancora validata.
Allegato 2
MISURA DELLA CONTAMINAZIONE BIOLOGICA DI SUPERFICIE
La valutazione del grado di
contaminazione microbiologica delle superfici trova indicazione almeno per:
·
verificare l'efficacia dei sistemi di
decontaminazione in uso;
·
controllare la rispondenza del livello di asepsi
esistente rispetto a quello previsto per una data lavorazione;
·
accertare l'assenza di dispersioni di agenti
biologici al di fuori delle aree di contenimento previste.
Oggetto di valutazione
possono essere, a seconda degli scopi perseguiti, tanto le superfici dei piani
di lavoro che quelle di utensili e apparecchiature.
Per garantire una reale
interpretabilità dei dati forniti da queste determinazioni è innanzitutto
fondamentale la corretta scelta dei parametri da valutare in ragione degli
scopi che i controlli si prefiggono.
Questi possono essere, a
seconda delle necessità: il numero totale dei microrganismi presenti per unità
di superficie; il numero di elementi di uno specifico agente biologico presenti
in una data area o, ancora, la qualità di una sostanza in qualunque modo
correlabile alla presenza dei microrganismi di interesse.
Naturalmente il programma
di campionamento deve inoltre precisare a priori una strategia di valutazione
dei risultati che permetta di stimare le variazioni ritenute di maggior
significatività, per le finalità dell'indagine.
Si parlerà allora, di
volta in volta, di controlli in parallelo di più superfici adibite alle stesse
funzioni; a caso/controllo, tra aree diversamente esposte a contaminazione o
sottoposte a diverso trattamento di sanificazione; monte/valle rispetto ad una
certa procedura operativa o, ancora, di analisi longitudinali di serie
temporali, al fine di evidenziare la comparsa di tendenze o di valutare la
frequenza di eventi indesiderati.
È infatti tipico il
carattere relativo delle informazioni ricavabili dal controllo microbiologico
delle superfici.
Si tratta sempre di
giudicare i rispettivi esiti analitici per confronto qualitativo o quantitativo
con altri o con dei limiti assegnati.
Ciò impone una scrupolosa
standardizzazione delle procedure di prelievo e di analisi nell'ambito almeno,
del singolo contesto sperimentale, dato che esistono varie alternative
possibili, nessuna delle quali del tutto priva di difetti o univocamente
preferibile alle altre, specie in considerazione dell'estrema variabilità delle
condizioni in cui si può ipotizzare di dover effettuare i campionamenti.
Poiché tutte le tecniche
possono essere seriamente influenzate dalla manualità, è opportuno che esse
siano affidate ad un gruppo di operatori fisso, di numerosità discreta e di
adeguato addestramento.
È soprattutto la tecnica
di prelievo che più facilmente si presta al maggior numero di varianti, in
ragione del tipo, della configurazione e dell'accessibilità delle superfici da
sottoporre ad esame.
È ancora questa la fase
meno standardizzabile e, quindi più spesso fonte di errori di stima.
Nel caso di superfici, le
principali tecniche di prelievo possono essere ricondotte almeno ai seguenti
tipi fondamentali:
1. lavaggio con soluzioni sterili
2. piastre a contatto
3. tamponamento.
Nella Tabella 1 sono
sintetizzate le caratteristiche salienti di ognuno.
Poiché oggetto di studio sono superfici destinate
all'esecuzione di attività in cui i controlli della contaminazione biologica è
fondamentale, sarà sempre da tenere presente, nella definizione dei metodi
analitici, che la presenza di sostanze inibenti può influenzare in modo
sostanziale i risultati analitici e, quando ciò sia indesiderato, deve sempre
essere esclusa mediante, ad esempio, neutralizzazione o quantificazione.
In casi particolari, come
per tubi, condutture o altri contenitori, soluzioni disinfestanti a
concentrazione nota, poste a contatto per un tempo e in condizioni di
temperatura standardizzate, possono addirittura essere utilizzate, oltre che
per il loro effetto germicida, anche come traccianti in grado di consentire,
attraverso il dosaggio del loro potere residuo in uscita, una stima indicativa
del grado di contaminazione organica di superfici altrimenti non accessibili ad
un adeguato campionamento diretto.
La tecnica analitica vera
e propria è essenzialmente funzione dei microrganismi ricercati e della natura
qualitativa o quantitativa della stima richiesta, oltre che dei tempi di
risposta e del grado di precisione richiesti.
Un'oculata scelta di
metodi e terreni colturali è sempre propedeutica all'avvio di programmi di
ricerca o di monitoraggio.
Recentemente alla stima
della contaminazione biologica fondata sulla ricerca diretta di microoganismi
prelevati con i metodi ricordati, si è aggiunta quella basata sulla ricerca di
prodotti del metabolismo batterico o di parti strutturali di agenti biologici.
Un esempio del primo tipo
di nuove tecniche è rappresentato dal dosaggio luminometrico dell'ATP batterico
raccolto da un'area mediante tamponamento, che può trovare utilizzazione
soprattutto ove non sia richiesta che una stima generica ma rapida del livello
di sanitizzazione realmente ottenuto con le pratiche in uso.
Al secondo tipo di
metodiche attengono tanto la ricerca di antigeni proteici con tecniche
immunologiche utilizzanti traccianti amplificatori di segnale
(immunoenzimatica, radioimmunologia, ecc.), quanto quella di frammenti genomici
specifici di alcuni microoganismi, mediante l'uso di sonde marcate o di
amplificatori genici (PCR).
Si tratta di tecniche ancora in gran parte sperimentali e gravate da un costo ancora molto elevato, che possono trovare impiego, nel campo qui trattato, solo in ambiti particolari ed in chiave soprattutto qualitativa; specie in virtù del loro grado abbastanza elevato di sensibilità e specificità.
Tabella 1 - Principali
caratteristiche delle tecniche di prelievo da superfici per la valutazione della contaminazione da
microrganismi
|
Tecnica |
Principio |
Indicazioni |
|
|
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|
|
Lavaggio con soluzioni
sterili |
Un volume dato di una
soluzione sterile viene recuperato dopo un tempo fissato di contatto con la
superficie e viene seminato direttamente o previa filtrazione su membrana. |
Valutazione di contenitori,
con un solo campionamento si possono effettuare frazionando il valore
recuperato, più determinazioni |
|
|
|
|
|
Piastre a contatto |
Il menisco convesso di
terreni agarizzati preparati su supporti o in piastre di dimensioni note,
viene messo in contatto diretto con la superficie da testare. |
Valutazione di superfici
lisce e regolari, di area superiore a quella delle piastre usate per il
campionamento; di solito previa pulitura e sanificazione. |
|
|
|
|
|
Tamponamento |
Tamponi di alginato o altri
materiali vengono sfregati su di un’area predelimitata di superficie e quindi
trasferiti in una soluzione tampone, dove cedono, per dissolvimento o
liberazione, i microrganismi raccolti |
Studio di superfici piane
facilmente accessibili, bagnate o meno, anche se non lisce o regolari. |
* Per le strutture sanitarie ed assistenziali si richiamano le
linee guida di comportamento per gli operatori sanitari per il controllo delle
infezioni da HIV - Ministero della Sanità, 6/9/89 - e il DM del Ministero della
Sanità, 28/9/90 "Norme di protezione da contagio professionale da HIV
nelle strutture sanitarie e assistenziali pubbliche e private.
** Per quanto riguarda il lavoro di laboratorio vanno ricordate le linee guida dell'OMS pubblicate nel 1986 negli "Annali dell'ISS" .
* Negli allegati
1 e 2 vengono riportate indicazioni circa la misura dei microrganismi
aereodispersi (1) e della contaminazione biologica di superficie (2).
Occorre precisare che:
_ La misura dei
microrganismi aereodispersi è un metodo per valutare la qualità dell'aria e
quindi l'efficienza di alcuni impianti (es. sale operatorie, reparti BCM,
ecc.), mentre il rischio dell'uomo di fronte ai fattori infettivi è un problema
di equilibri tra difese immunitarie e fattori di rischio biologico.
_ Anche la misura della contaminazione batterica delle superfici, più che un metodo utile per la valutazione del rischio, costituisce un metodo di controllo dei sistemi di disinfezione e sterilizzazione.